ETICA NELLO SPORT

 ECCELLENZA NELLO SPORT E NELLA FORMAZIONE

I VOLTI
Storie di vita di campioni con il “certificato etico” nel mondo dello sport>>

LE PAROLE
Storie di vita di campioni con il “certificato etico” nel mondo dello sport>>

PROGETTI

L’ Applicazione/I volti

I VOLTI
Un poker di campioni … anche nella vita

Vincere nello Sport, ma soprattutto andare in meta, remare più veloce, piazzare la stoccata vincente o fare centro nella vita: questa è la sfida dell’etica nello Sport

Andrea Rinaldo, Rossano Galtarossa, Marco Marin e Paola Fantato. Un poker di campioni per lanciare e accompagnare da testimonial il documento “Standard di etica nello sport” e il conseguente progetto di “Certificazione etica”. Campioni nella vita, oltre che nelle rispettive discipline. Perché dal rugby, dal canottaggio, dalla scherma e dal tiro con l’arco hanno tratto insegnamenti, maturità, energie non solo per andare in meta, remare più veloce, piazzare la stoccata vincente o centrare il bersaglio, ma per fare centro quando l’attività agonistica finisce e inizia la vera partita. Quella di costruirsi un futuro extrasportivo.

ANDREA RINALDO 
IL PROFESSORE IN META 

53 anni, mentre placcava gli avversari e saltava in touche nel ruolo di seconda linea con il Petrarca Padova degli anni d’oro non ha mai perso di vista lo studio. 

Non come pezzo di carta, ma come progetto di vita. Così a fianco di tre scudetti e quattro presenze azzurre ha messo una laurea in ingegneria, che oggi lo porta a essere docente di Costruzioni idraulica all’ateneo patavino e in giro per il mondo (Boston, Ginevra). «L’università è il vero antidoto a un professionismo sportivo povero di valore e di valori – è il credo di Rinaldo – Riconosciuto che la pratica dello sport d’eccellenza richiede un impegno formidabile, si dimostra essenziale la promozione e il coordinamento di un sistema organizzativo integrato, che consenta agli atleti di dedicarsi alle attività fisiche e propedeutiche all’agonismo, senza trascurare la formazione accademica, culturale e professionale. In pratica, si tratta di costruire antidoti adeguati alle degenerazioni del professionismo sportivo, ispirati da esperienze concrete nella pratica e nell’organizzazione di vertice e nell’accademia. Corollario essenziale di tale processo di formazione integrata risulta l’incentivazione e l’educazione di quanti organizzano, promuovono e gestiscono ogni genere di attività sportiva (associazioni, club, federazioni) affinché siano motivati alla predisposizione di adatti meccanismi che consentano la formazione sociale, civile e culturale degli atleti». La certificazione degli standard etici punta proprio a questo.
ROSSANO GALTAROSSA
IL CANOTTIERE D’ACCIAIO 

35 anni, due metri per cento chili, con le sue tre medaglie olimpiche (1 oro, 2 bronzi) e i 16 anni di maglia azzurri è la gloria del nostro canottaggio. Per partecipare in agosto a Pechino alla quinta Olimpiade ha dovuto inventarsi imprenditore di se stesso.

Nel senso di trovare sponsor, lavori e iniziative che gli dessero una prospettiva per il futuro, visto che di questo sport in Italia non si campa. C’è riuscito. «Anche per questo mi sono fatto coinvolgere volentieri nel progetto di “Formazione e certificazione etica” – afferma – Il nostro è un Paese forte dal punto di vista sportivo, ma dove molto è lasciato al volontariato, al fai da te, al sacrificio personale. L’idea di realizzare dei criteri che unifichino i valori e le capacità organizzative mi è sembrata molto interessante. Il mio contributo alla realizzazione del documento si è focalizzato soprattutto sull’aspetto della trasmissione dei valori ai ragazzi da parte degli educatori-allenatori. Il mio primo tecnico è uno che non ha mai voluto bruciare le tappe. Mi ha insegnato che ci vuole pazienza per ottenere i risultati e che quando non vengono scoppole e delusioni servono a crescere. Per questo a 36 anni (il 6 luglio, ndr) a Pechino sarò ancora in acqua a inseguire un sogno».
MARCO MARIN
L’ASSESSORE CON LA SCIABOLA

44 anni, nella scherma di medaglie ne ha vinte quattro in altrettante Olimpiadi: un oro e un bronzo a squadre, due argenti individuali. Le stoccati fuori dalla pedana le ha poi riservare alla studio, alla professione (dentista) e alla vita politica, che l’ha visto assessore del Comune di Padova con la precedente giunta di centrodestra e ora consigliere d’opposizione

«Non ho mai creduto – spiega – che l’etica non possa andare di pari passo con i risultati nello sport. Anzi, per me facilità le vittorie molto più di scorciatoie o slealtà. Noi atleti della polisportiva Petrarca per decenni ne siamo stati l’esempio. I rugbisti vincevano gli scudetti, gli schermidori le medaglie olimpiche o iridate, e via di questo passo. Il tutto all’interno di un sistema di valori autentica scuola di vita, prima ancora che di sport. Non abbiamo mai perso di vista lo studio, l’impegno, la crescita della persona, l’essere umano nella sua più intima essenza, come ci insegnavano i gesuiti dell’Antonianum e i nostri allenatori-educatori. Per questo ho aderito in maniera convinta al comitato che ha redatto gli standard e punta a realizzare il progetto di certificazione etica. È la logica prosecuzione della mission che da un secolo il Petrarca porta avanti, a Padova e nel mondo».
PAOLA FANTATO
UNA FRECCIA CONTRO LE BARRIERE 

 48 anni, costretta sulla sedia a rotelle dalla poliomelite fin da bambina, ha vinto otto medaglie nel tiro con l’arco in cinque edizioni delle Paralimpiadi. Il centro più bello l’ha fatto ad Atlanta ’96, quando ha gareggiato nelle Olimpiadi dei normodotati.

Secondo arciere a riuscirsi dopo la neozelandese Neroli Fairhall (’84). «Non si diventa campione perchè si hanno due protesi – ha detto di recente sul caso di Oscar Pistorius, il velocista senza gambe ammesso all’Olimpiade di Pechino – Ci vuole ben altro: fatica, allenamento, impegno, carattere e spirito da campione». Tutti valori che, insieme all’attenzione per i disabili, fanno parte del progetto di certificazione etica dello sport. «L’etica – chiude la Fantato – io la intendo anche come gareggiare senza trucchi e inganni. È più soddisfacente arrivare secondi sapendo di aver dato il massimo, piuttosto che primi attraverso un imbroglio. Non a caso, infatti, ritengo la gara più bella della mia vita un quarto posto dove meglio di così credo non avrei potuto fare». A cura di: IVAN MALFATTO giornalista de “Il Gazzettino di Padova”

(cfr.: La gazzetta dello Sport, 31 maggio 2008, p,VII)

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